L'articolo 40 della legge 40/1998 sull'immigrazione fa esplicito riferimento alla figura
del Mediatore Culturale (M.I.) indicandolo come uno straniero, titolare di carta di soggiorno
o dipermesso di soggiorno di durata non inferiore a due anni, il cui compito è quello di "agevolare
i rapporti tra le singole amministrazioni e gli stranieri appartenenti ai diversi gruppi etnici,
nazionali, linguistici e religiosi".
Con ciò è stato dato riconoscimento formale a un percorso
più che decennale che ha visto, dapprima l'emergere di forme dì volontariato etnico (giovani
immigrati colti e politicamente avvertiti che si sono proposti come rappresentanti di comunità
o come intermediari tra gli immigrati e le istituzioni locali), poi il procedere di un incerto
processo di istituzionalizzazione con la realizzazione di corsi di formazione professionale e
l'istituzione di qualifiche regionali.
Sono nate le cooperative di mediatori, una serie di
istituzioni (dai tribunali, agli ospedali, ai servizi sociali) hanno cominciato a reclutare,
in forme quasi sempre precarie, alcuni stranieri con qualifica di mediatori, si sono infittite
le opportunità di formazione.
Il ruolo di questi "professionisti dell'immigrazione", com'era da
aspettarsi, è rimasto incerto e debole, un po' in transito come lo sono i migranti.
Dal punto divista del ruolo svolto presso le istituzioni, i mediatori oscillano tra
l'essere riconosciuti come
appendice delle istituzioni che richiedono le loro prestazioni, professionisti di serie B incuneati
tra professioni più forti, e middleman minorities, avanguardie dei gruppi da cui provengono,
portavoce di interessi particolari.
Nell'incertezza delle definizioni e dei confini del ruolo,
i mediatori sono cresciuti in numero e, almeno in alcune città e in alcune istituzioni, in
riconoscimento da parte delle istituzioni in cui operano. Spesso con quel senso di precarietà e di
improvvisazione di fronte all'emergenza che ancora caratterizza le politiche migratorie nel nostro
paese.
C'è da chiedersi quali passi ulteriori il processo di istituzionalizzazione del ruolo dei
mediatori culturali debba ancora compiere o se, invece, il cammino si sia concluso e sia ora di
tirare le somme. In altri termini, si tratta ora di riflettere sul fatto se sia opportuno mettere
a regime i modelli formativi e i tipi dì rapporti di lavoro che sono andati definendosi in questi
anni, assumendo che -per definizione - il ruolo dei mediatori non può essere ulteriormente definito
e garantito, pena una sua eccessiva istituzionalizzazione e la perdita di quei tratti di informalità
che hanno consentito finora ai mediatori di fare da tessuto connettivo tra il mondo dei migranti e
quello degli autoctoni. 0 se, invece, si debba rispondere alla domanda - che pure sta affiorando -
di maggiore professionalizzazione. 0, ancora, se si debbano pensare più percorsi, o addirittura
ipotizzare carriere di mediatori a crescenti livelli di specializzazione.
Attualmente ci sono in campo: le richieste - su livelli diversi - di enti e istituzioni che
utilizzano i mediatori, le realtà che fanno formazione professionale, l'università che guarda
con interesse la possibilità di costruire percorsi formativi di livello superiore, le strutture
pubbliche che devono rispondere quotidianamente ai bisogni della popolazione immigrata in costante
aumento, le competenze e le aspettative dei mediatori interculturali. L'obiettivo dell'incontro è
proprio quello di far confrontare le diverse realtà che fanno parte del mondo della mediazione in
modo da stimolare sia una rivisitazione critica delle esperienze fatte finora, sia una nuova
progettualità in grado di definire meglio ruoli e competenze.